Alla Scala trionfa la musica

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Il Teatro alla Scala ritrova una sua identità con la “prima” della verdiana “Giovanna d’Arco” e grazie all’incisiva presenza sul podio di Riccardo Chailly, recentemente nominato Direttore Principale del Massimo milanese (dal 2017 ne sarà Direttore Musicale). Una compagnia di canto d’eccezione, una prova di livello superlativo di orchestra e coro.

Riccardo Chailly sul podio del Teatro alla Scala (foto ANSA)
Riccardo Chailly sul podio del Teatro alla Scala (foto ANSA)

Da anni la Scala sembrava artisticamente accodata ad un “globalismo” europeo, dallo stampo ( … forse sin troppo …) personalistico di Stéphane Lissner; piegata da una commercializzazione strumentale del pur stimato musicista Daniel Barenboim. La Scala non ha bisogno d’inseguire mode effimere e ritrova oggi nel suo tessuto storico-musicale e grazie al maestro Chailly la sua più genuina ragione d’essere. Riproporre a distanza di un secolo e mezzo nella sala del Piermarini la “Giovanna d’Arco” è operazione lodevole, di restituire ad un più vasto pubblico il lavoro meno conosciuto di Giuseppe Verdi, all’epoca giovane compositore inebriato dal successo di “Nabucco” e nell’entusiasmo compositivo de “I Lombardi alla Prima Crociata”. Erano anni di fervente patriottismo e la musica di Verdi quale nessun altra si fece testimone di tanta passione, partecipazione ed entusiasmo. Inutile la diatriba di stampo tutto musicologico  tra un Verdi minore, degli anni così detti “di galera” come li definirà egli stesso, ovvero di un periodo d’incessante ed esasperante lavoro in cui produrrà dieci opere in cinque anni e il Verdi dei capolavori più noti e rappresentati. Essenziale per un teatro d’Opera qual’è la Scala è la qualità della proposta.

Così che si è potuta appieno apprezzare, nella musica di “Giovanna d’Arco”, quella necessità continua di comporre del giovane Verdi che musicalmente si traduce in un ritmo estremamente serrato, in una urgenza espressiva. In piena atmosfera romantica e sempre attento a quanto in letteratura si esprimeva in Europa il compositore si rivolse alla drammaturgia di Schiller e se all’epoca, alla mancanza nella trama di una più reale visione storica dei fatti, si accentrarono le critiche, oggi si sarebbe sperato a che tanta possanza musicale, rispondesse una visione scenica di meno intriso ideologismo professionistico.

Anna Netrebko (foto ANSA)
Giovanna d’Arco – Anna Netrebko (foto ANSA)

Moshe Leiser e Patrice Caurier hanno guidato registicamente con mano sicura la realizzazione di questa produzione, reinventandosi la vicenda e confinandola ad un sogno, un poco “folle”, dove tutto si svolge in una stanza che si anima in ogni sorta di allucinazione: siano diavoli o angeli, in deliri mistici, battaglie cruente e cavalli da parata. Tutto costruito con grande cura e perizia del particolare, ma come risulta indubitabile nella realizzazione musicale e forse ne avrebbe siglato la “novità, la realizzazione scenica avrebbe trovato giovamento da una meno compiaciuta lettura del testo; che la regia fosse stata pensata con diversa creatività, nella consapevolezza di quel libretto, senza forzature inutili che portano, al contrario, ad una banale ripetizione di uno stereotipo di rilettura già visto e stravisto. Questo non deve segnare un limite, bensì un nuovo punto di partenza che nello stesso concetto di spettacolo rifugga dall’ossessività della solita stanza, così come nelle scene di Christian Fenouillat e costumi impersonali di Agostino Cavalca, spazio sia pur popolato e animato da coloriti folletti e da sottintesi evocativi. Nello sfavillio di proiezioni e di luci magistralmente realizzate da Christophe Forey, passa in secondo ordine il lodevole lavoro di proporre la “Giovanna d’Arco” nel testo originale, precedente ai tagli e distorsioni imposti dalla censura asburgica.

Nel solco della musica, protagonista indiscussa della serata la compagnia di canto, non solo per l’egregia partecipazione del soprano Anna Netrebko e del tenore Francesco Meli, ma anche perché questi solisti hanno dato la prova di come oggi si debba affrontare la vocalità di un’opera lirica, di come se ne possa dare un’impronta personale, moderna e allo stesso tempo rigorosa, senza nessun compiacimento stilistico, una linea di canto per entrambi nobile e coinvolgente.

Giovanna d'Arco - Francesco Mei e Anna Netrebko (foto ANSA) 2
Giovanna d’Arco – Francesco Mei e Anna Netrebko (foto ANSA)

Anna Netrebko è un’ ideale “Vergine d’Orléans”, dalla tessitura estesa in una tavolozza di colori quanto mai varia, elegante e appassionata; sottolineando consapevolmente tutti quei passaggi, quelle espressioni che troveranno una più matura riflessione nelle opere successive di Verdi, come per il devastante conflitto con un padre baritono. Ruolo quest’ultimo, di Giacomo, sostenuto con decoro dal baritono Devid Cecconi, in sostituzione di Carlos Alvarez, indisposto.

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Coro del Teatro alla Scala, Francesco Meli (foto ANSA)

Francesco Meli ha impersonato Carlo VII di Francia con freschezza evocativa dei grandi ruoli verdiani, che si celano in ogni passaggio musicale, sfumatura interpretativa. Riflessione e generosità espressiva affidata al tenore e da lì a poco a quello che sarà il baritono verdiano, come ad esempio nella prima versione di “Macbeth”, nel tormento del potere. Solitudine in “Giovanna d’Arco” che perseguita il Re di Francia sin dall’iniziale “Testé prostrato a terra … “Sotto una quercia parvemi …”, con Carlo VII disteso a terra, straziato, qui registicamente efficace, da ombre di spettri shakespeariani. Fantasmi, paure evocate dal coro che ha dato superba prova, sempre puntuale, impeccabile, consapevole di un ruolo principale. Completa la compagnia di canto il basso Dmitry Beloselski (Talbot).

++ Scala: otto minuti di applausi per Giovanna d'Arco ++
Applausi per Anna Netrebko, Francesco Meli, Devid Cecconi (foto ANSA)

Tanti, tantissimi incondizionati applausi per gl’interpreti tutti; trionfo beneagurante per Riccardo Chailly e per il suo impegnativo lavoro alla Scala.

 

 

Vincenzo Grisostomi Travaglini

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