Il Maestro Vincenzo Grisostomi Travaglini intervistato dalla grande giornalista Ornella Rota

DoveStiamoAndando? All’opera lirica, arte di domani

 

 

ROMA – “L’opera lirica richiede il convergere in scena di recitazione, musica, letteratura e scultura; è multidisciplinare come l’arte contemporanea è, e tende sempre più ad esserlo.

Di più: la presenza di interpreti essendo indispensabile, il messaggio può continuamente rinnovarsi ed evolversi nel tempo – e questo non accade ad esempio con la scultura e la scrittura”: così Vincenzo Grisostomi Travaglini, regista, musicologo e saggista, persuaso che il nostro teatro lirico meriti ben di più e di meglio di un omaggio, peraltro doveroso, al suo grande passato.

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Studi di giurisprudenza, psicologia e pianoforte, da ragazzo assistente volontario di Visconti e Menotti, Marco Bellocchio e Carmelo Bene (nel cui film “Amleto” interpretò Rosencrantz), Vincenzo lavora abitualmente fra l’Europa e l’Oriente: regie di Mozart, Donizetti, Verdi e Puccini, incarichi dirigenziali al teatro dell’Opera di Roma e al New National Theatre di Tokio, consulente del Ministero della Cultura della Repubblica Turca per la direzione generale dei teatri d’opera e di balletto; ha anche scritto alcuni libri (tra cui uno sulla vita di Katia Ricciarelli, presentato al Museo teatrale della Scala) e saggi che sono stati tradotti in più lingue.

Multidisciplinarità, messaggio capace di rinnovarsi, memoria della nostra storia e identità sono dunque le principali ragioni per cui anche noi, che viviamo nel terzo millennio e non siamo specificamente cultori di musica, dovremmo apprezzare Traviata e Madame Butterfly, Aida e Tosca?
“Sì. Aggiungerei che mentre in altri periodi il punto di interesse era “il moderno” – nuove tecnologie, nuovi stimoli visivi, nuove sensibilità – oggi l’esigenza diffusa in ogni ambito culturale è di riattualizzare, ritrovare, quanto siamo stati e di conseguenza saremo. La cultura è conoscenza, e la conoscenza non ha tempo”.

Questo è assolutamente vero per i classici. Euripide è attualissimo
“Anche la lirica (al di là dello stile di singoli melodrammi) può essere assunta come arte classica”.

Perché?
“Risponde al bisogno che ogni individuo ha di formarsi, di sapere, anche di piacere. Attraverso un determinato linguaggio che definirei “classico” per estensione, noi potremmo oggi, con la nostra esperienza e sensibilità, riscoprire tutta una serie di valori”.

Recuperarli?
“Eviterei questo termine, perché si recupera qualcosa che si è perduto, e non mi pare sia questo il caso, specialmente in campo musicale, dove i processi sono talmente complessi, tutto un susseguirsi e un altalenare di successi oblio riscoperte riconoscimenti. Secondo me il problema fondamentale della lirica è (stato) probabilmente nella complessità della sua esecuzione/rappresentazione. Sovente dico, in tono provocatorio, che ogni teatro ha il pubblico che si merita e ogni pubblico ha il teatro che si merita: come i Greci ci insegnarono per sempre, il teatro è uno dei punti cardine della città, dell’anima, del pulsare della civiltà. La musica in particolare “non va conosciuta ma va riconosciuta”, e qui arriviamo al cuore del problema: l’educazione musicale a scuola, che da noi manca totalmente. Eppure formare dei gruppi che suonino insieme – a livello assolutamente dilettantesco, chiaro – come avviene in tanti Paesi, sarebbe formativo ai fini non soltanto della musica ma dell’individuo stesso”.

Una Butterfly al teatro di Cosenza l’anno scorso è il solo impegno recente in Italia. Preferisci lavorare fuori?
“E’ meno complicato per una serie di ragioni. Intanto per lo straordinario interesse al melodramma: in Cina, Giappone, SudEst asiatico, per non parlare delle Americhe da nord a sud, fioriscono nuovi splendidi teatri. Poi la frammentarietà del nostro Paese, che è ragione di ricchezza e al contempo di intralci, soprattutto in relazione a tante leggi che sarebbero da applicare prima ancora che da fare. Infine, per le nomine ai vertici, che sovente privilegiano fedeltà politica e doti manageriali rispetto a competenza e passione.

Però non sono pessimista: sono persuaso che la creatività mediterranea – ad esempio la straordinaria vocalità che ho ascoltato su entrambe le sponde – sia sempre viva e presente, e che al momento in cui la dichiarata volontà di maggiore attenzione alla cultura si trasformerà in atti concreti, il Nostro Mare sarà pronto a riprendere il suo ruolo guida”.

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