“Il culto della bellezza, fra opera, teatro e cinema”, un’articolo del Maestro Vincenzo Grisostomi Travaglini, pubblicato in “L’Opera International Magazine”, Luglio-Agosto 2019, su Franco Zeffirelli, scomparso il 15 giugno 2019.

Vincenzo Grisostomi Travaglini, che conobbe e lavorò con Franco Zefirelli, stende un ritratto e un personale ricordo del grande regista scomparso.

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Quando si spegne una stella il suo bagliore si spande nell’infinito.
Così quanto muore un Artista la suo opera resta imperitura. Regista
d’opera e di prosa, autore di cinema, scenografo e costumista, Franco
Zeffirelli “nasce” alla prestigiosa scuola di Luchino Visconti e del
suo Maestro trasmise l’elegante consapevolezza di un rinnovato
approccio all’opera d’arte, di meticolosa aderenza al contenuto
originale, di una cultuta dove l’estetismo si tramuta in sostanza, pur
sempre nella liberà espressiva dell’autore. Un incontro casuale il mio
con Franco Zeffirelli, nel 1965 passeggiando avanti Palazzo Reale a
Torino un signore con autorità faceva smontare i giganteschi
striscioni che annunciavano nel teatro all’aperto montato nei giardini
il Giulietta e Romeo di Skahespeare. La tragedia si chiama Romeo e
Giulietta affermava e gli operai ubbidirono. Un primo gesto di quel
rigore non solo apparente, un segno d’autore che rifletteva il cattere
dell’artista che imponeva una convalidata cultura, trasmettendo al
pubblico con il suo lavoro e le sue convinzioni un differente
approccio ai classici, di quei valori che oggi diamo per acquisiti.
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Splendido lo spettacolo shakespeariano con i giovanissimi Giancarlo
Giannini, Annamaria Guarnieri e una straordinaria Lina Volonghi,
distante da una recitazione di maniera e da protagonismi in un lavoro
d’insieme che solo il regista può realizzare. Con freschezza e rigore,
così come la pellicola del “Romeo e Giulietta” che segui solo alcuni
anni più tardi, nel 1968, con interpreti che sono personaggi e i
personaggi funzionali all’accadimento. Questi gli anni dei primi
successi cinematografici di Zeffirelli, nel 1967 sempre Skahespeare
con La bisbetica domata, con due celebrità  quali Elizabeth Taylor e
Richard Burton, ma qui il divismo non è mai fine a se stesso, bensì
efficiente all’intrigante dipanarsi della commedia. Il suo debutto nel
cinema risaliva al 1957 con Camping un’inaspettata commediola
all’italiana; nel 1964 firma il film per la televisione Maria Callas
al Covent Garden, una primadonna a cui restò sempre legato
dedicandogli nel 2002 il film Callas Forever. Fu Zeffirelli nel 1964 a
convincere una Maria Callas oramai sul viale del tramonto a
partecipare a una nuova produzione di Tosca a Londra da lui diretta ed
il secondo atto è l’unica registrazione video in un’opera della
Callas, con lei Tito Gobbi. “La Callas è insuperabile”, affermò il
regista e fu un trionfo, , a cui segui quello di Parigi e al
Metropolitan, ma solo l’anno dopo nella ripresa al Royal Opera Hause
Covent Garden la divina Maria apparì solo nella serata di gala il 5
luglio 1965 alla presenza della regina Elisabetta II e quello fu
l’addio alle scene del celebre soprano.
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Innumerevoli i titoli cinematografici diretti da Franco Zefirelli, senza mai dimenticare
l’amore per il palcoscenico lirico, con inserimenti di produzioni come
per Aida ne Il giovane Toscanini, direttore d’orchestra che Zeffirelli
aveva conosciuto personalemnete, tra hli interpreti ancora una volta
con Elisabeth Taylor che per il Maestro nativo di Firenze accetto di
tornare a recitare dopo dieci anni di assenza dal set e che studiare
con Zeffirelli non sopportando il chiuso di una stanza si fece portare
una roulotte attrezzata di ogni comodità parcheggiata nel giardino del
Maestro a Roma, a Villa Grande. La pellicola fu in parte girata nel
teatro Petruzzelli prima del disastroso incendio, trasportato nella
finzione cinematografica nel lontano Brasile e quelle immagini furono
il punto di riferimento per la ricostruzione della sala; ancora Carmen
nel già citato Callas Forever e la lista delle produzioni
cinematografiche del Maestro comprende più di 20 titoli, quale regista
e talvolta anche sceneggiatore, sino all’ultima opera cinematografica
del Maestro: Omaggio a Roma del 2009 un “promo” sulle bellezze della
città eterna commissionatogli dal Campidoglio, dove non poteva mancare
una citazione all’ambientazione tutta romana di Tosca.
Plausi e critiche per i film-opera: nel 1982 Cavalleria Rusticana e Pagliacci
con direttore Georges Prêtre; nel 1983 una Traviata che non riscosse
unanimi consensi per alcune libertà che il regista impose sulla
partitura verdiana, con Teresa Stratas e Placido Domingo, da citare
anche il coreografo Vladimir Vassiliev la cui collaborazione con
Zeffirelli è frequente. Nel 1986 Otello con Placido Domingo e Katia
Ricciarelli, direttore Lorin Maazel.
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Franco Zeffirelli l’artista di teatro, celebrato regista
d’indimenticabili successi cinematografici, ma anche l’uomo la cui
umanità, per alcuni schivo all’apparenza, era al contrario
carratterizzante di un’apertura verso nuove esperienze, di supporto di
giovani talenti. Il mio incontro su di un palcoscenico, ero studente
liceale, fu al Teatro dell’Opera di Roma per una ripresa di Falstaff,
nell’aprile del 1974. Ero assistente volontario, ovvero avevo ottenuto
un permesso speciale per assistere alle prove, mi era permesso
osservare, ma non potevo intervenire, eppure Zeffirelli oltre le
convenzioni come solo i grandi sanno essere, desiderò coinvolgermi.
Trovarsi in quel mondo oltre la ribalta fa sognare oltre ogni
desiderio; smarriti o deteriorati i variopinti costumi del quarto atto
dei folletti, tutti ci trovammo in sartoria per tagliare brandelli di
stoffa e ricucire il perduto, Tutti insieme, Franco Zeffirelli e il
giovane aiuto regista, quel Pippo Pisciotta che fu per lui compagno di
vita, l’assistente volontario ovvero io e tanti altri; tra gli allievi
della Scuola di danza del Teatro dell’Opera che interpretavano i
folletti dell’atto quarto un già protagonista Raffaele Paganini. I
successi di Franco Zeffirelli nella lirica sono innumerevoli e le sue
produzioni ancora attuali e di diritto nella storia del melodramma.
Solo alla Scala si contano più di 20 titoli, dai primi anni del
dopoguerra e per l’intero arco della sua vita. Zeffirelli non ha mai
dimenticato i suoi primi passi, quale assistente o titolare, come ad
esempio per una “Carmen” al Carlo Felice di Genova bombardato con la
sala protetta da materiale impermiabile perché il soffitto aveva
ceduto, prima della discussa demolizione della struttura interna.
Elencare tutte le produzioni in campo operistico, di prosa e
cinematografico di Franco Zeffirelli sarebbe un esercizio che da solo
ne restituirebbe il rilievo in campo internazionale. Basterà, però,
citare dei momenti particolarmente significativi di cui posso dare
personale testimonianza, quali il trionfo scaligero il 7 dicembre 1976
per Otello diretto da Carlos kleiber, la prima opera trasmessa in
diretta televisiva con neo-eletto presidente della RAI quel Paolo
Grassi che alla Scala era stato il sovrintendente degli anni felici.
Sempre alla Scala: Un ballo in maschera con direttore Claudio Abbado,
le lacrime di Shirley Verrett contestata nelle vesti di Amelia e il
trionfo di Pavarotti-Riccardo e Piero Cappuccili-Renato, la cui
spettacolarità imponeva nei cambi a vista un’irrefrenabile applauso.
Un salto temporale e tanti altri successi in Italia e all’estero, a
Milano con Turandot direttore Lorin Maazel, siamo nel 1983
allestimento riproposto  successivamente con modifiche al
Metropolitan. Negli Stati Uniti Zeffirelli è particolarmente amato e
la sua collaborazione con il Metropolitan è stata di tale portata
dall’aver invogliato a frequentare il teatro da un nuovo e folto
pubblico. Di Zefirelli bastava pronunciare il nome e i fondi elargiti
dai mecenati del Met erano assicurati. Critica e pubblico non furono
sempre concordi in una schermaglia di pareri contrari che perseguitò
l’artista negli Stati Uniti, così come negli altri paesi. Esempio ne
fu la nuova produzione di Tosca con debuttante al Metropolitan
Giuseppe Sinopoli, protagonisti Hildegard Behrens e Placido Domingo.
Con lo spettacolare terzo atto il regista e scenografo Zeffirelli
utilizzando ancora una volta, come per il quarto atto di “Aida” nella
produzione della Scala del 1964, il così detto ascensore o ponti
mobili del palcoscenico, potè giocare su due ambienti sovrapposti,
metenendo inizialmente in risalto la prigione dove è rinchiuso
Cavaradossi, che scomparendo inghiottita dalle viscere del
palcoscenico, con un coup de thèâtre di grande effetto faceva scendere
a livello la sovrastante terrazza di Castel Sant’Angelo dove
Cavaradossi canta “E lucevan le stelle” prima di essere fucilato.
Si scrisse che era stato “il trionfo registico del secolo”, “il
massimo della raffinatezza operistica”. Per altri una regìa “priva di
immaginazione”, Zeffirelli venne tacciato di tradizionalismo:
“insopportabile monumentalismo e realismo quasi fotografico”. Una
discrasia ancor oggi pungente tra un giornalismo alla ricerca della
notizia e un pubblico desideroso di produzioni realizzate con reale
professionismo. L’allestimento sarà presente al Metropolitan nel corso
di svariare stagioni e successivamente segnò il trionfo di Luciano
Pavarotti-Cavaradossi. Le recite di spettacoli con la regia di
Zeffirelli in scena al Metropolitan sono oltre 800.
Qualche curiosità, Franco Zeffirelli in gioventù ha recitato nella
Compagnia dell’Orsa Minore e quale attore cinematografico ne
L’onorevole Angelina con regia di Luigi Zampa nel 1947 e più
recentemente nel 2014 ne Il mistero di Dante con la regia di Louis
Nero dove interpreta se stesso, a fianco del premio Oscar F.Murray
Abraham. Franco Zeffirelli è stato regista e librettista di Antony and
Cleopatra con musica di Samuel Barber, in prima assoluta al
Metropolitan nel 1966.
Non ha mai abbandonato la regia del teatro di prosa e tra i tanti
titoli è doveroso citare negli anni Sessanta Amleto con Giorgio
Albertazzi, portato anche a Londra in occasione delle celebrazioni nel
quattrocentesimo dalla nascita di William Shakespeare; nel 1983 al
Teatro della Persola di Firenze Maria Stuarda di Schiller, una lezione
di teatro con Rossella Falk e Valentina Cortese.
Senatore dal 1994 per una legislatura, tornò pienamente ad occuparsi
di spettacolo. Nel novembre del 2004 fu nominato dalla Regina
Elisabetta II: “Cavaliere Commendatore dell’Ordine dell’Impero
Britannico”.
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Un rammarico, la mancata Turandot nella Città Proibita di Pechino.
Andammo insieme con Dante Mariti della Melos Art in visita ufficiale
in Cina. Tutto sembra andare per il meglio, ma dopo il soprallluogo
all’immensa struttura, Zeffirelli notò che lo spazio dove si sarebbe
dovuto rappresentare l’opera di Puccini non prorpiamente all’interno
della vera e propria Città Proibita, bensì compreso tra la prima e la
seconda cerchia di mura. Il Maestro fu irremuovibile, ma il permesso
per uno spettacolo all’interno delle mura interne era impossibile,
perché quando Bertolucci vi girò il film L’ultimo imperatore per
illuminare gli interni, essendo vietato portare i riflettori
all’interno le sale, li fece fissare su delle colonne di ebano
smaltato provocando dei gravi danni. Da qui il divieto irrevocabile.
Ci consolammo con una ricca cena in Ambasciata e il giorno seguente
spese “pazze”, perché al Maestro piaceva portare dei regali e
conservare il ricordo. Non ci facemmo mancare una visita alla Grande
Muraglia, ma Zeffirelli credeva nel progetto e rimase deluso. Qualche
tempo più tardi il Maggio Musicale Fiorentino con direttore Zubin
Metha fu meno esigente e in quello stesso spiazzo l’evento risultò
essere stato presentato come: “La Turandot nella Città Proibita”.
I rapporti di Zeffirelli con i teatri non furono costanti, con qualche
polemica e grandi rientri. Così come per la Scala e ultima in ordine
di tempo con il sovraintendente Pereira e poi l’assidua collaborazione
con l’Arena di Verona. Tra tutte la Carmen in una serata carica di
aspettatite. Uno spettacolo sontuoso, direttore Daniel Oren. L’Arena
era esaurita, lo stesso Oren sembrò sentire il peso di tanta
responsabilità e preferì rallentare alcuni tempi per tenere meglio
sotto controllo i solisti. Zeffirelli era arrabbiato. “proprio questa
sera Daniel ha deciso di scambiare l’opera per una sinfonia!“, ma
tutto andò per il meglio e nel dopo-teatro di festeggiò “alla grande”.
Seguiranno una nuova produzione di Aida (e ancora Aida per un secondo
allestimento alla Scala, meno fortunato del primo) e ancora a Verona
Il trovatore con la riproposta dei ballabili scritti da Verdi per
Parigi,  Turandot, Don Giovanni, Madama Butterfly e dove quest’anno La
Traviata il 21 giugno è andata in scena postuma, preceduta da una
cerimonia per ricordare il regista e scenografo. Cecilia Gasdia
attuale sovrintendente e direttore artistico dell’Arena ricorda che
l’idea di questa Traviata era nata nel 2008 come desiderio personale
del Maestro . Zeffirelli era particolarmente affezionato a questo
titolo verdiano affrontato per la prima volta a Dallas nel 1958 con
protagonista Maria Callas: «Traviata, una donna senza tempo. È stata
il fantasma e l’amore della mia vita» aveva dichiarato. La stessa
Gasdia era stata interprete di Violetta in Traviata al Comunale
Firenze nel 1984, in un nuovo allestimento firmato Zeffirelli in
coproduzione con il Maggio Musicale, il  Metropolitan di New York e l’
Opèra di Parigi, direttore Carlos Kleiber. L’occasione di questa
Traviata fiorentina con regia di Franco Zeffirelli è l’occasione per
restare nel capoluogo toscano, perché di recente nella sua città
natale il Maestro ha visto realizzato il sogno di una vita: il “Centro
Internazionale per le Arti dello Spettacolo Franco Zeffirelli”: una
Fondazione, dichiarata per Statuto “di particolare interesse storico”.
Inaugurato nel 2017 il Centro è ospitato nel Complesso di San Firenze
e vi sono conservati tutti i documenti legati alla sua attività
artistica, dai bozzetti, agli studi per gli allestimenti teatrali e
cinematografici, dalle note di regia alle sceneggiature, dalle foto di
scena alle rassegne stampa, un vero e proprio patrimonio artistico e
culturale da tramandare ai posteri.
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Franco Zeffirelli in passato e di recente, non ha mai mancato
occasione per esprimere le proprie opinioni, avvolte pungenti, ma
sempre pertinenti. D’altronde il suo sangue fiorentino non smentiva la
sua innata loquacità. Amava la sua città e nel 1966 diresse il
film-documentario prodotto dalla RAI Per Firenze dove è documentata la
devastazione della città nell’alluvione del 4 novembre 1966. Sono
molti gli eventi a cui il Maestro ha partecipato e tra questi la regia
in mondovisione nel dicembre 1974 della cerimonia d’apertura dell’Anno
Santo, regnante Paolo VI. Sempre per la sua città nel 1989  è dedicato
l’episodio su Firenze per il film-documentario 12 grandi registi
italiani presentano 12 grandi città italiane in occasione della 14a
Coppa del Mondo di calcio. “Galeotta” è sempre Firenze e in questo
caso l’amicizia con il concittadino Giampaolo Cresci nominato
sovrintendente dell’Opera di Roma. Per il rilancio del Massimo
capitolino Franco Zeffirelli s’impegna con una nuova produzione di
Pagliacci. Nel 1992 nessun teatro sembra ricordare l’anniversario del
centeneraio del lavoro di Ruggero Leoncavallo. Un’occasione da non
perdere e in poche settimane all’Opera di Roma se ne programma una
nuova edizione. Mancano pochi giorni all’evento non previsto in
cartellone e si lavora giorno e notte, i laboratori e sartoria non
risparmiano straordinari, in palcoscenico si costruisce e si dipinge
negli orari di chiusura sotto lo sguardo vigile dei vigili del fuoco a
cui è demandato il servizio di sicurezza. Si cena tutti insieme nel
non lontano ristorante cinese e per noi tutti resterà un ricordo
indelebile. In poche settimane l’opera è in scena e la serata:
memorabile. Ambientato in una periferia degradata il nuovo
allestimento è popolato da saltimbanchi, puttane e la tragedia tra
finzione e realtà si svolge implacabilmente sotto i piloni di
un’autostrada: un trionfo e Zeffirelli non mancò di osservare che era
ben capace di uscire da un’ambientazione tradizionale e di presentare
un allestimento ambientato ai nostri giorni, importante è «saperlo
fare». E’ lo stesso allestimento che nel marzo del 2018 sarà
presentato in tournée con l’Opera di Roma alla Royal Opera House di
Muscat nell’Oman.  «Ho una lunga storia con l’Opera – ricorda sempre
Zeffirelli -. Vi approdai nel 1963 con un Falstaff diretto da Giulini
e solo negli ultimi anni vi ho fatto 5 titoli tra cui la Tosca del
centenario, Don Giovanni e naturalmente questi Pagliacci. Sono malato
di Puccini, ma anche i Pagliacci li ho sempre amati. A Roma fui
costretto a montarli in 20 giorni con uno sforzo incredibile».  La
collaborazione con il Teatro dell’Opera nel sodalizio
Zeffirelli-Cresci prosegue e l’obbiettivo è di portare a Roma da
Milano due capisaldi del lavoro di Zeffirelli, La Bohème e Aida dal
Teatro alla Scala, allestimenti in parte dipinti e realizzati con
materiale deteriorabile. La Bohème era andata in scena alla Scala
circa 410 volte; per Aida all’epoca ci si era avvalsi della
collaborazione dello scenografo-pittore e costumista, forse uno dei
più dotati di tutto il Novecento: Lilla De Nobili. L’accordo è fatto e
i favolosi laboratori di via dei Cerchi compiono il miracolo, si
convince Lilla De Nobili a lasciare per alcune settimane il suo
appartamento popolato da amati felini, ma l’artista dai fluenti
capelli incolti non vuole apparire e lavora di notte, entrando quasi
di nascosto negli ampi laboratori romani senza alcun supporto e aiuto,
ridipingendo e restaurando con le sue mani, i suoi pennelli, parte dei
magnifici fondali. Per La Bohème a Roma Zeffirelli volle effettuare le
modifiche soprattutto per il secondo atto. Direttore Daniel Oren,
interprete quale Rodolfo un giovane Roberto Alagna, da poco debuttante
in Italia.
Dal successo di Aida all’Opera di Roma un’oportunità che ha il segno
della storia, la proposta per l’inaugurazione del New National Theatre
di Tokyo, il primo teatro di stato voluto in Giappone, con una nuova
produzione di Aida, una celebrazione solenne per l’apertura della
nuova struttura con l’opera di Verdi, a cui si sarebbero affiancate
una nuova produzione wagneriana per il repertorio tedesco e una
composizione realizzata appositamente per l’occasione da un musicista
giapponese. Al New National Theatre era stato nominato dagli apparati
statali un Direttore artistico, a me l’incarico di Responsabile
artistico per questo particolare evento.
Inizia un lavoro che durerà oltre tre anni, vicino all’abitazione del
maestro Zeffirelli in zona Appia Pignatelli a Roma (Gallia Placidia)
viene allestito un apposito laboratorio diretto dalla costumista Anna
Anni, con la collaborazione di Anna Biagiotti, nel giardino della
villa adiacente di proprietà di Gina Lollobrigida s’insediano i
calderoni per tingere i tessuti. Si acquistano stoffe nel bazar
d’Istanbul, in Egitto, calzature nelle Marche. S’impegnano nel Lazio
due laboratori di scenografia, Zeffirelli firma anche la scene, uno
specialista per la realizzazione delle strutture “costruite” e l’altro
per i fondali dipinti. Vengono impegnati i rinomati artigiani di
Cinecittà e anche i raffinati fornitori del Massimo di Palermo che
s’impegnano a realizzare accessori preziosi. Un’impresa, si può ben
dire: “faraonica”. Il risultato è straordinario. Un vero e proprio
esercito di figuranti viene impegnato a Tokyo e preparato dagli
infaticabili assistenti Marco Gandini e Jun Aguni. Per il ballo viene
fatto ritornare a Tokyo da una tournèe in provincia un ballerino che
avevo visto in una delle danze in Schiaccianoci e che ero sicuro fosse
il giusto protagonista per il “Ballabile” del secondo atto. Le prove
sono avanzate e tutto è approntato seguendo le precise, puntigliose,
attente direttive del Maestro e poi … Zeffirelli arriva a Tokyo. Il
prezzo del biglietto aereo non è niente a confronto dell’extra
bagaglio per bauli contenenti documentazione varia, libri e ancora
libri. Il Maestro viaggiava sempre portando con sé più materiale
illustrativo possibile. All’arrivo una delegazione del Metropolitan lo
raggiunge per una ennessima, nuova produzione de La Traviata e come
per incanto dalla matita di Zeffirelli prendono forma scene e costumi
con una festa in casa di Flora dal sapore spiccatamente andaluso. Poi
le prove in palcoscenico di Aida. Una scena alla volta, senza limiti
di tempo per la prova di regia (incredibile concessione per il
Giappone) e tutto ciò che appariva compiuto si trasformava in un’altra
cosa: solisti, coro, figuranti, tutti come in una metamorfosi si
tramutavano in antichi egizi nell’incanto della musica di Giuseppe
Verdi, sotto l’attenta guida di Zeffirelli, come incantati. Un altro
ricordo che mi è d’obligo citare: durante una prova di Aida si scatenò
a Tokyo un’eccezionale bufera di neve. Tokyo è una delle città più
organizzate del mondo, ma non è preparata all’imprevisto.
Spaventatissimi dalla direzione ci dissero di lasciare l’edificio del
New National Theatre per tornare subito in albergo, ma Zeffirelli non
volle lasciare il lavoro. Al termine le strade erano ricoperte di
neve, non c’erano più taxi, le macchine private bloccate nei garage,
la celebrata linea di trasporti JR interrotta. Solo un’ultima corsa di
metroplitana per la stazione di Shinjuku. Ci trovammo soli e non
sapevamo come raggiungere l’hotel distante qualche centinaio di metri.
La bufera di neve c’impediva di avanzare e vedemmo ad un angolo di
strada un vecchio ombrello che sembrava abbandonato. Lo presi e come
una molla insieme all’ombrello scatto un barbone che aveva trovato
riparo in un angolino protetto, in quel pur sontuoso quartiere.
Tenemmo per noi, egoisticamente, l’ombrello, avvinghiati l’uno a
l’altro sino a raggiungere l’hotel dove tutti ci aspettavano con
ansia, ma nessuno era venuto a soccorrerci. Zeffirelli mi disse
solamente: “lo so che mi vuoi bene”. Per più giorni volle ripassare
per quella strada per trovare e ricompesare quel barbone che
involontariamente avevamo dannegiato privandolo dal riparo di un
vecchio ombrello nero. Non lo trovammo e il Maestro ne fu amareggiato.
Questo era l’uomo Franco Zeffirelli!.
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